Il caso Uber: com’è la situazione in Italia e negli altri stati?

Uber è il servizio di car sharing più diffuso al mondo. In soli pochi anni moltissime persone hanno iniziato ad usufruire di qeusto servizio, sia come cliente che come autisti autonomi di questo servizio.
Questa innovazione, nata per soddisfare le esigenze di trasporto delle grandi città, ha però causato non poche polemiche tra le categorie di autisti con obbligo di licenza, come ad esempio i tassisti e gli autisti di società private, che hanno visto nel nuovo servizio di car sharing una minaccia non da poco.
Uber infatti non solo permette a semplici cittadini di diventare degli autisti a pagamento senza licenza alcuna, ma ha anche tariffe piuttosto competitive che lo rendono un servizio più conveniente rispetto ai classici taxi bianchi.
Proprio per tale motivo, i tassisti si sono rivoltati contro Uber e hanno deciso di rivolgersi alle autorità per fermare questo fenomeno, o quantomeno frenarne lo sviluppo denunciandone alcune irregolarità.

Il caso Uber in Italia

Tra i casi più eclatanti non possiamo non dimenticare come i tassisti dell’area urbana di Torino, si siano rivolti al Tribunale per denuncire Uber di alcune irregolarità che non rispettavano le normative sul trasporto, quindi di applicare una concorrenza sleale secondo quanto affermato dall’art. 2598 n.3 del c.c.
In tal senso il Tribunale di Torino si è pronunciata dando atto della reale violazione messa in atto da Uber, affermando che il servizio in effetti, utilizzando un’app per offrire il proprio servizio, si sarebbe offerta come un vero e proprio servizio di radiotaxi, ma abusivo.
La conseguenze di tale sentenza ha portato sul territorio italiano ad inibire l’utilizzo di questa app, che di fatto non è in nessun caso regolamentata secondo normative specifiche, ma solamente dal buon senso di ogni stato appartenente all’Unione Europe.
Ma non solo in Italia Uber ha subito ostracismo da parte dei professionisti di categoria. Anche in Spagna un caso simile ha coinvolto i tassisti di Barcellona.

Il caso Uber in Spagna

Elite Taxi, “l’associazione professionale dei tassisti di Barcellona”, ha portato in causa la società americana Uber System, denunciandone diverse irregolarità, come il fatto di prestare lo stesso servizio dei tassisti, usufruendo però di personale senza una regolare licenza per il trasporto urbano.
Tra le altre accuse c’è anche quella di concorrenza sleale, secondo quanto affermato dall’articolo n.3/1991 della legge spagnola, in quanto secondo l’associazione, la società americana svolgerebbe un’attività ingannevole e una concorrenza sleale approfittando di alcuni vantaggi economici.
Il Tribunale spagnolo quindi, rinviando la sentenza, si è affidato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea affinché si esprimesse sulla situazione giuridica del servizio Uber, verificando se questo possa essere associato ad una categoria di servizi di trasporto o invece come servizio di informazione, in quanto operante attraverso un’app.
La Corte UE, il 20 dicembre del 2017 si è epressa definendo Uber come una società di intermediazione, che attraverso i sui servizi mette in comunicazione il cliente con un autista non professionista, il quale però si adopera ad effettuare uno spostamento in area urbana.
Con quest’ultima affermazione però la Corte UE ha anche decretato che Uber si inserisce perfettamente in un servizio di trasporto di persone, che è in ogni caso regolato dalla legge spagnola secondo norme e articoli ben precisi, diventandone un servizio supplementare che si aggiunge a quello già offerto dai tassisti.
La sentenza della Corte UE ha quindi dato di fatto ragione ai tassisti di Barcellona, ma ha creato allo stesso tempo un precedente, portando all’attenzione degli Stati Membri la situazione dell’azienda americana e della sharing economy, e decretando che, non essendoci ancora una normativa effettiva per quanto riguarda questa nuova tipologia di economia, rimane a discrezione di ogni Stato regolamentarne il servizio, con leggi proprie.

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