Autonomia regionale del nord Italia, che cosa vuol dire?

Autonomia regionale del nord Italia

Da tempo si parla di autonomia regionale, un tema assolutamente divisorio che vede contrapposte molte realtà con prospettive decisamente differenti le une dalle altre, sia dal punto di vista amministrativo che politico ed è forse uno dei dibattiti più complicati della politica italiana degli ultimi anni.

Si tratta di concedere alle regioni un livello superiore di autonomia, utilizzando il comma terzo dell’articolo 116 della Costituzione che prevede che le Regioni in grado di dimostrare di avere bilanci in buone condizioni possano chiedere un maggiore grado di libertà rispetto ad altre sulla gestione di determinate materie e risorse.

Stessa cosa vale per le Regioni Autonome, come Sicilia e Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli, Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. La scuola è uno degli elementi più interessanti per quanto riguarda l’amministrazione regionale, ma nel dibattito attuale sono interessate realtà differenti.

Quali regioni sono interessate?

Sotto il governo Gentiloni erano stati sottoscritti 3 accordi preliminari differenti con Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, per le materie oggetto di eventuale autonomia, ma nel frattempo ci sono state elezioni politiche, crolli di Governo e una pandemia che hanno decisamente rallentato i lavori che rischiano di passare in secondo piano.

Le altre regioni interessate alle trattative erano Umbria, Toscana,Piemonte Marche, Lazio, Liguria e Campania mentre mancavano gli studi preliminari in Basilicata, Calabria e Puglia.

Lega e 5 Stelle hanno fatto una lotta piuttosto serrata per la concessione delle autonomie entro l’autunno del 2019, ma il seguito all’interno del Movimento 5 Stelle ci sono state accuse su un rallentamento volontario dei lavori da parte di alcuni parlamentari.

Ufficialmente i 5 stelle sono a favore dell’autonomia, ma a quanto sembra, in pratica il partito Di Maio resta diviso anche su questo tema, perché si teme che le regioni economicamente più floride possano assorbire le risorse che invece andrebbero destinate a quelle più deboli, come spesso capita nei casi del Sud Italia.

Anche per quanto riguarda Partito Democratico e Renziani la confusione regna sovrana e non si capisce molto bene che cosa porterà il futuro, visto e considerato che negli ultimi anni, dal 2019 quando è iniziato il procedimento di indagine, le cose sono cambiate, così come le risorse disponibili.

Autonomia dei più ricchi?

Bisogna capire se l’eventuale autonomia sarà differenziata e se i vantaggi per alcune regioni risulteranno enormemente superiori rispetto a quelli di altre. I criteri disponibili sono il Costo Storico e il Costo Medio Nazionale.

Il primo indica la spesa pro capite per una determinata competenza, per esempio la sanità e in tanti aspetti alcune regioni sono decisamente più virtuose di altre, mentre se si tiene in considerazione il Costo Medio Nazionale la situazione cambia e c’è il rischio che certe zone si trovino a diventare delle vere e proprie voragini in grado di assorbire tutti i capitali.

Gli stessi soldi che invece farebbero molto più comodo ad altre, in grado di gestire in maniera migliore le risorse che vengono svincolate dalla gestione centrale.

Per le intese preliminari tra le tre regioni più virtuose, Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, in teoria la loro autonomia dovrebbe basarsi sul costo storico, ma è necessario definire fabbisogni standard per evitare di penalizzare troppo regioni già problematiche.

Tutto questo rischia di richiedere la creazione di nuovi comitati e di avviare studi che non è detto che possano portare ad una conclusione rapida ed attendibile, almeno fino a quando non sarà ben chiaro il post Governo Draghi.

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