Riforma costituzionale: facciamo il punto sul referendum

parlamento italiano

No e Sì alla riforma costituzionale si fronteggiano: è meglio una riforma – magari imperfetta – degli attuali assetti costituzionali, o i rischi sono tali – anche per chi ritiene matura una riforma – per cui è meglio dire no? e la nostra costituzione merita un cambiamento, o è la migliore del mondo e quindi va lasciata così com’è?

Veniamo la merito. I quesiti sono quattro e riportano il titolo della legge approvata in parlamento.

Il primo è l’abolizione del bicameralismo paritario. In Italia ci sono due camere che fanno le stesse cose, e quindi ogni legge per essere approvata deve avere l’approvazione – in modo identico – dalla due camere. Con la riforma solo la Camera dà la fiducia e approva le leggi più importanti. Al Senato sono riservate poche leggi, sostanzialmente quelle che regolano i rapporti tra Stato da una parte e Comuni e Regioni dall’altra. Mentre i deputati restano nello stesso numero e con le stesse prerogative, i Senatori sono o sindaci o consiglieri regionali, che non hanno altri stipendi oltre quelli che già percepiscono. Questo comporta un risparmio (secondo quesito): oggi i senatori sono 320 con lauti stipendi, diventeranno 100 senza stipendio.

Con la riforma si fanno altri risparmi, Sì e No litigano sull’entità, ma i risparmi ci sono: vengono abolite definitivamente le Province, viene abolito un ente che non ha più senso e non fa più niente, il CNEL (terzo quesito), il Senato costa di meno.

I sostenitori del No hanno due posizioni: la prima è quella di lasciare tutto com’è per due motivi: perché il parlamento che l’ha approvata non è legittimato e perché le riforme costituzionali si fanno non con risicate maggioranze, ma con larghi consensi. C’è poi la questione di merito: la distinzione tra Senato e Camera non è ben definita e quindi i rischi di conflitti sono alti e quindi si peggiorerebbe quello che si vuole aggiustare: invece di aumentare l’efficienza, la si peggiorerebbe.

L’ultimo punto del referendum riguarda le prerogative di Stato e Regioni, il cosiddetto Titolo V.  Oggi le Regioni hanno competenze che creano difficoltà: il permesso dei trasporti varia da regione  a regione, e se si deve fare – ad esempio – un trasporto speciale bisogna chiedere un permesso diverso a ogni regione che si attraversa. Oppure, la promozione del turismo è affidata alla Regioni, e quindi alle fiere internazionali ogni Regione italiana ha il suo stand, il suo depliant e così via, mentre gli altri paesi lavorano in modo forte e unitario. Su questo un po’ tutti sono d’accordo, ma si vota in blocco e non si può scegliere.

Ci sono poi due considerazioni esterne, che però finiranno per influenzare più del merito della riforma: la prima è l’effettiva voglia di cambiare che hanno gli italiani: dietro la difesa della migliore costituzione del mondo c’è la paura di cambiare. E invece c’è chi pensa che è meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi, quindi meglio rischiare che lasciare le cose come sono. E c’è infine il voto su chi ha voluto questa riforma: il presidente del consiglio Renzi. Chi lo appoggia voterà Sì al di là del merito, chi vuole che si dimetta, voterà No, indipendentemente dalle idee sulla Costituzione. Per sapere chi ha ragione occorre attendere, oramai manca poco.

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