Com’è nato il Manifesto Cluetrain e quanto è ancora attuale

Manifesto Cluetrain

Sono passati 15 anni dalla pubblicazione del libro Manifesto Cluetrain, che amplia e specifica dettagliatamente i principi del Manifesto uscito l’anno prima, nel 1999. Ebbene quindici anni nel campo dell’Ict, e in particolare del web, equivalgono a ere geologiche, a tempi illimitati e quindi ci aspetteremmo di trovare invecchiato questo libro, come quasi tutto quello che è stato pensato e detto anni fa. E invece la sua freschezza e la sua capacità di comprendere che sarebbe accaduto sono straordinari: i mercati sono conversazioni, dice la prima e più famosa e importante delle affermazioni del manifesto, e pensare che ciò è stato detto quando nessuno immaginava i social, gli smartphone, i tablet, è davvero straordinario.

L’accento del Manifesto è dunque sulla conversazione, sulla volontà di protagonismo del consumatore e sulla necessità per l’impresa – e per qualsiasi organizzazione – che vuole costruire un rapporto con il consumatore di  conversare, e cioè non semplicemente di comunicare a qualcuno, ma di comunicare con qualcuno. Questo significa mettersi in discussione, essere aperti al dialogo, essere trasparenti, non manipolatori. È una grande critica al marketing dei mass media, quello che pretendeva di parlare a grandi segmenti di popolazione (e non alle “persone”, come propone il Manifesto) senza mettersi in discussione, di cambiare l’opinione del target senza cambiare la propria, di comunicare creativamente senza dialogare. Questo mondo è stato spazzato via dalla rivoluzione della conversazione sul web, e questo il Manifesto lo aveva previsto, indicando con precisione la direzione. Ma la conversazione riguarda anche i consumatori tra loro, non solo il rapporto consumatori/azienda, e anche questo favorisce il diffondersi di informazioni incontrollabili dalle grandi organizzazioni (non solo le aziende, ma anche lo Stato e la politica) e quindi pone nuove sfide, che solo chi ha saputo innovare è stato capace di affrontare.

Tutto bene, dunque? Tutto previsto? Ovviamente non è, e non poteva essere, così. il Manifesto è figlio di una cultura hacker, che vedeva nella libertà della rete la possibilità di un mondo migliore. Più informazione, e più informazione libera, avrebbe portato più libertà. Non è andata così, le possibilità di manipolazione grazie alla libertà di conversazione, e non contro questa libertà, hanno portato a nuove manipolazioni, si pensi solo a quello che accade nel turismo grazie alla conversazioni tra gli utenti. Ma la fresca originalità del Manifesto è ancora una guida per tutti quelli che credono nel web e nelle sue capacità innovative.

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